La guerra a Firenze (1940 – 1944)

Allo scoppio della guerra i cittadini fiorentini erano 331.325. Cinque anni di conflitto costeranno pesanti sacrifici: fame, freddo, oscuramento, restrizioni di regime; 500 fiorentini periranno sotto i bombardamenti aerei, altri al passaggio della guerra; molti ebrei subiranno deportazione o sterminio.

La protezione, la salvaguardia e la tutela dell’immenso patrimonio artistico fiorentino dal rischio dei bombardamenti nonché dalla rapina dei tedeschi furono le più complesse e frenetiche vicende di quel tempo. Le soprintendenze svolsero, all’inizio della guerra, un cospicuo lavoro seppur si ritenesse, ahimè a torto, che una città cosi cara al mondo non sarebbe mai stata bombardata dagli alleati.

La Fontana di Nettuno di Bartolomeo Ammannati e i satiri e le ninfe bronzee del Giambologna nascosti nei gabbiotti.

Le fitte incursioni aeree sull’Italia e l’andamento strategico della guerra indussero, nel 1943, a una rapida opera, non più di protezione in loco dei capolavori, ma al loro trasferimento fuori della città. Nel complesso furono trasferite 2000 casse di sculture e quadri e quasi 4000 tele a pale singole, oltre a 600 statue. Nel 1940 i primi provvedimenti riguardarono la creazione, specie per le sculture all’aperto, di tettoie in eternit, di gabbie lignee per la tutela di alcune opere e, soprattutto, la protezione con sacchi di sabbia dei monumenti.

La statua equestre di Cosimo I del Giambologna inizialmente protetta in piazza della Signoria

Ingabbiati e insabbiati furono il Perseo del Cellini, la Giuditta di Donatello e il Ratto delle Sabine del Giambologna nella Loggia dei Lanzi. Nel 1943 queste opere furono trasferite in locali attigui e, successivamente, iniziò il loro esodo fuori città. Nel Castello di Poppi furono trasferiti dipinti degli Uffizi, secondo un criterio cronologico di precedenza che valutava le opere secondo il loro intrinseco valore.

Nel gennaio del 1943, il David di Michelangelo, veniva protetto con una costruzione di mattoni che lo copriva completamente. Le porte in bronzo del Battistero insieme alle statue sovrastanti furono allocate su vagoni ferroviari a loro volta posti in una galleria ferroviaria in disuso presso Incisa Valdarno, successivamente murata ad una sua estremità.

L’ultimo capolavoro, la statua equestre di Cosimo I del Giambologna, fu smontato e sistemato a Poggio a Caiano.

La “Sperrzone” ovvero “la zona proibita all’esercito tedesco” comprendeva il Ponte alle Grazie, il Ponte a Santa Trinità e via Guicciardini. Accade che un uomo, avvicinandosi alla “Sperrzone”, venne trucidato.

Dal 31 luglio del 1944 l’accesso al Ponte Vecchio fu proibito anche ai soldati. I genieri militari collocarono mine antiuomo sul selciato del ponte.

Il piano dei tedeschi del 31 luglio consisteva nel fare saltare in aria anche il Corridoio Vasariano sul Lungarno Archibusieri, tuttavia la decisione tedesca di risparmiare il Ponte Vecchio significò anche la salvezza del Corridoio, costruito nel 1565 da Giorgio Vasari, architetto di corte del granduca Cosimo I de’ Medici.

Nei giorni dall’ 1 al 3 agosto la città visse il periodo più buio della storia: le notti furono illuminate dagli spari dei grossi calibri alleati che abbattevano l’ultima barriera tedesca prima dell’Arno, la linea di difesa Madchen-Paula. Il 3 agosto scattò l’emergenza per la quale, chi transitava per strada o si affacciava alla finestra, era passibile di fucilazione. Il destino crudele si accaniva sul ponte S. Trìnita con le sue quattro statue, il ponte più bello del mondo e misconosciuto da Hitler, che doveva perire per sempre. Da lì a qualche ora sarebbe saltato assieme ai suoi celebri monumenti scultorei. Alle ore 22:00 saltava in aria ponte alle Grazie e tra le 2:30 e le 4:00 del 4 agosto, una serie di esplosioni abbattevano cinque dei sei ponti di Firenze. Quello che sembrava ragionevolmente impossibile era diventato una tragica realtà. Per primo saltò il ponte alle Grazie, il più antico, uscito indenne da tutte le alluvioni e poi, a distanza di poche ore, saltarono, sotto tonnellate di dinamite, anche il ponte a S. Trìnita, il ponte alla Carraia, il ponte S. Niccolò e il ponte alla Vittoria.

La forte vibrazione provocata dai bombardamenti sbriciolò gli affreschi dei soffitti degli Uffizi e fece volare in pezzi le finestre delle abitazioni; frammenti di ghisa del ponte alla Carraia sfondarono il tetto della chiesa di S. Lucia al Prato. Una coltre di fumo e di polvere si era depositata sull’Arno e vi rimase per l’intera mattinata del 4 agosto. Nel cuore di Firenze antica si era aperta una ferita incancellabile. Erano crollate le case torri delle più antiche famiglie fiorentine: in via Por Santa Maria questi edifici erano stati distrutti o gravemente danneggiati. Tra questi, le torri dei Carducci, dei Guidi, dei Gherardini e dei Girolami. Si salvò invece miracolosamente la torre dei Baldovinetti e quella dei Consorti.

Galleria degli Uffizi

La vandalica distruzione dei ponti fu l’atto più insensato dei tedeschi nel periodo dei bombardamenti della città indifesa. Ad oggi non esiste una lapide che possa ricordare le vittime di guerra disseminate tra via Guelfa, via de’ Ginori, Borgo la Noce e piazza del Mercato Centrale, vittime civili che furono falciate da schegge di granata o di mina oppure perseguitate perché sospettate come appartenenti alla Resistenza. Dal 18 agosto ai primi di settembre del 1944 fu un continuo stillicidio di granate e colpi di mortaio scagliati senza senso sulla città.

Il Corridoio, come ai tempi dei Medici, tornò ad essere usato come passaggio per evitare i pericoli che si potevano incontrare sulle strade. I primi sacchi di farina furono fatti arrivare nella parte nord di Firenze attraverso il tragitto aereo sopra il Ponte Vecchio e la Galleria degli Uffizi; successivamente la farina, depositata presso l’Istituto d’Arte a Porta Romana, iniziò ad essere distribuita in tutta la città. Il ponte Vecchio rimase l’unico elemento di congiunzione tra le due realtà cittadine.

Furono giorni di dolore e di mancanza di rispetto per ciò che la città possedeva: giovani autisti britannici e americani, una volta allontanati i tedeschi, si cimentavano in folli e spericolate corse con le loro jeep sotto i porticati del Corridoio Vasariano, poiché il lungarno Archibusieri era ancora invaso dai detriti. La città era piena di macerie, ma a Firenze, i detriti portavano un valore.

Il fascino medievale fiorentino e le sue abitazioni

Il quartiere di Santa Croce nacque nel 1343 ad opera dell’ordine religioso francescano. Originariamente l’area era una zona acquitrinosa soggetta alle inondazioni del fiume Arno e che è stata colpita anche dall’alluvione del 4 novembre del 1966. 

Basilica di Santa Croce

Piazza di Santa Croce è stata per secoli il luogo principale di riunione della cittadinanza. Feste e manifestazioni sportive ebbero luogo in questa piazza rettangolare fin dal Trecento. In questa zona, nel periodo romano, fu collocato anche l’anfiteatro dove, ancora oggi, sono visibili le tracce delle costruzioni soprastanti fatte nel Medioevo, a testimonianza dell’antichità dell’edificio. Le vie in questione sono: via Torta, via dei Bentaccordi e piazza dei Peruzzi. In questa zona ha vissuto Michelangelo, precisamente nella casa ad angolo fra via Bentaccordi e via dell’Anguillara. Il quartiere di Santa Croce è il risultato del più antico plurisecolare processo di stratificazione urbanistica ed architettonica. 

Particolare della Basilica di Santa Croce

Le vie principali sono caratterizzate da maestosi palazzi medievali, molto spesso ristrutturati nel periodo del Rinascimento e anche più tardi. Tra queste strade sono degne di interesse artistico Borgo degli Albizi, via Ghibellina, Borgo Santa Croce e via de’ Benci, quest’ultima caratterizzata da un importante esemplare di arcate in pietra che si susseguono in serie continua e site all’incrocio fra borgo Santa Croce e la Torre degli Alberti. 

Il quartiere di Santa Croce è stato nell’antichità, quello più povero densamente popolato e come tale fu celebrato da Vasco Pratolini nell’opera “Il Quartiere” (“Eravamo creature comuni. Ci bastava un gesto per sollevarci collera o amore”). Ai tempi di Pratolini, ovvero negli anni Venti e Trenta del del secolo scorso, il turismo, sebbene presente, non era senza dubbio di massa e i cittadini potevano godersi gli spazi urbani, considerati dei veri e propri salotti. Le persone che abitavano il quartiere popolare di Santa Croce erano definite da Pratolini “popolo minuto”, cioè quella parte della popolazione non nobile, di piccola borghesia che si dedicavano all’artigianato, al lavoro salariato, sotto l’influenza di un governo oligarchico fatto dagli esponenti del popolo grasso (nobiltà e alta borghesia). 

Loggia del Pesce in piazza dei Ciompi

Santa Croce fu importante zona di produzione industriale della lana, come testimoniano tutt’oggi alcuni toponimi legati a nomi delle strade come corso dei Tintori e via dei Vagellai. Negli scantinati dei palazzi appartenenti ai ricchi mercanti di tessuti erano ubicate vasche per la tintura della lana (ad esempio nel palazzo Corsi, oggi sede della fondazione Horne). Sull’Arno sorgeva l’enorme tiratoio dei Castellani, demolito nell’800 per costruire il palazzo della Borsa Merci. 

Via dei Neri

Nel quartiere Santa Croce, fin dal Medioevo, erano concentrate le sedi e i luoghi dell’amministrazione della giustizia (prima nel palazzo del Bargello, poi dal Cinquecento nel palazzo dei Giudici e, dall’Ottocento, nel magnifico barocco di San Firenze); inoltre, vi si trovavano le carceri, precisamente nell’isolato delle Stinche, sostituito dall’Ottocento in poi dal teatro Pagliano, oggi teatro Verdi. Infine, via dei Neri, il cui nome deriva dalla compagnia che nel Medioevo assisteva i condannati a morte nel loro ultimo cammino, attraverso via dei Malcontenti, fino al luogo dell’esecuzione, fuori della porta della Giustizia. 

Via dei Neri

Il corso Tintori, dove si trova il nostro immobile in vendita, esiste fin dall’XI secolo ed era situato appena fuori dalla Porta ai Buoi, entro la prima cerchia del periodo comunale risalente al 1172. Il nome della porta derivava dall’antico mercato del bestiame. Alla fine del XIII secolo tutta questa zona fu inglobata dalle mura arnolfiane. In questa zona si concentravano gli opifici dei tintori, cioè i coloro che tingevano la lana e la seta, esportandola poi all’estero a caro prezzo. Il colore dei tessuti era fissato con l’urina, in assenza dell’ammoniaca che a quel tempo non esisteva, rendendo le tintorie sgradevoli e maleodoranti. Questo processo richiedeva inoltre molta acqua per attivare la lavorazione e il risciacquo. 

In questa strada fu abitata, fin dal 1523 anche dal Rosso Fiorentino, pittore del Rinascimento citato da Giorgio Vasari nel suo libro “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”. 

I tintori avevano nell’attuale via delle Casine un complesso di edifici che ospitavano l’omonima università, lo Spedale di Sant’Onofrio e gli orti dedicati alla coltivazione. 

Inizialmente la strada si chiamava Borgo dei Tintori ed era un agglomerato di case tipiche dei borghi esterni alle mura cittadine. Successivamente trasformò il nome in “corso” per rievocare la festa di Sant’Onofrio anacoreta ove ogni anno, il 12 giungo, gareggiavano cavalli, asini e multi utilizzati quotidianamente dai tintori per trasportare le balle dei tessuti. 

In corso Tintori ebbe la prima residenza fiorentina anche il giovane Gabriele d’Annunzio.